Di seguito un ottimo pezzo di commento sull'intervista rilasciata a dicembre dall'ex presidente della regione siciliana Totò Cuffaro oggi detenuto a Rebibbia dove sconta una condanna a sette anni per mafia. L'articolo è stato scritto dalla sociologa palermitana Alessandra Dino e pubblicato dall'ottima rivista Asud'Europa (distribuita solo in pdf gratuitamente: lo trovate qui) edita dal Centro di Studi e iniziative culturali “Pio La Torre” e diretta da Angelo Meli.
di Alessandra Dino
L’intervista rilasciata il 20 dicembre scorso da Salvatore Cuffaro, ex governatore della Sicilia e oggi detenuto presso il carcere di Rebibbia, è ricca di spunti di riflessione, soprattutto per quel che riguarda l’immagine di sé che egli ha voluto trasmettere, l’idea di politica che traspare dalle sue parole e la descrizione della mafia e del rapporto mafia-politica che vi è riportata. Una più che ventennale esperienza nel rapporto con i mezzi di comunicazione, hanno fatto di Cuffaro un uomo accorto e attento all’immagine e all’uso delle parole.E, dunque, una prima riflessione riguarda proprio la strategia comunicativa adottata nel corso dell’intervista; la cornice entro cui egli ha scelto di inserire le sue parole, le evocazioni suggerite dalle frasi che – accompagnate da una misurata gestualità e da una rigida mimica facciale – hanno tutte concorso a offrire l’immagine dolorosa di un uomo che vive con dignitosa amarezza la propria condizione, al quale non è estranea una punta di risentimento rivolta verso chi non capisce o si ostina a non capire. Nell’intervista, Cuffaro esclude la possibilità di un ritorno all’agone politico, precluso – peraltro – dall’interdizione dai pubblici uffici inflittagli con la sentenza di condanna; tuttavia, nelle sue parole la voglia di tornare a misurarsi in quell’arena emerge ancora forte, non tanto come nostalgia del passato, ma come desiderio del presente e proiezione nel futuro. Ricorrenti sono espressioni come fiducia, amici, aiuto, impegno, istituzioni, popolo, solidarietà, tipiche della comunicazione politica; e significativo di una particolare attenzione a quanto gli accade intorno, è quell’auspicio a che la politica faccia di nuovo prevalere “gli ideali e i valori”. Sarà forse un’associazione peregrina, ma ascoltando le parole dell’ex governatore e ricordando le sue mirabolanti campagne elettorali, mi sovviene il ritratto dell’uomo politico descritto nel Commentariolum petitionis, il libello sotto forma di epistola redatto nel 64 A.C. da Quinto Tullio Cicerone per il fratello Marco Tullio Cicerone quale viatico per la campagna elettorale in occasione delle elezioni a console di Roma. La ricetta si condensa intorno a pochi ma fondamentali ingredienti: «Poiché gli uomini sono indotti alla devozione – scrive Quinto al fratello – e a questo interesse nel dare appoggio soprattutto da tre cose, dal favore ricevuto, dalla speranza e dalla simpatia disinteressata». Determinante su tutte, appare la spontanea simpatia che si materializza nella folla di amici e clientes che affollano a tutte le ore la casa del politico, iniziando dalla salutatio mattutina e non facendo mancare la loro presenza nei diversi momenti della giornata come deductores (accompagnatori) e adsectatores (seguaci). Una folla di persone che deve impressionare nel numero, ma nei confronti dei quali Quinto raccomanda al fratello Marco d'istituire legami di intimità e confidenza tali da riuscire a tenere a mente i loro nomi e ad essere disponibile alle loro richieste a tutte le ore del giorno e della notte: «Farai in modo che tu sia contattabile da tutti giorno e notte, e che siano aperte non solo le porte della tua casa, ma anche quelle del tuo volto e della tua immagine […]. La gente infatti desidera non solo che le vengano fatte promesse ma che esse siano numerose e fatte con deferenza». Non sfugge al sapido consigliere, il peso strumentale di tante “amicizie” – giustificato dal fine nobile della conquista del consenso – e perfino il “pericolo” che possano essere accese relazioni con soggetti non proprio raccomandabili. Ma anche questa circostanza è descritta come un trascurabile effetto collaterale del nobile esercizio della politica: «Puoi dignitosamente (cosa che nelle altre circostanze della vita non ti è possibile fare) farti amici chiunque desideri; se in un’altra occasione farai in modo che essi si servano di te, sembrerebbe che ti stia comportando in maniera assurda, mentre durante la campagna elettorale se non ti comportassi così con molti in modo assiduo, non sembreresti assolutamente un candidato». Sembra di ascoltare ancora la descrizione del candidato ideale di Quinto Tullio Cicerone, mentre è Salvatore Cuffaro che racconta di una cella inondata da oltre 6.000 lettere inviategli dagli “amici”. A ciascuna – spiega – ha riservato una risposta personalizzata, esitandone già quasi 3.000. Tra le missive, ha apprezzato molto di più quelle degli sconosciuti, quelle «di persone che non mi hanno mai incontrato, che mi conoscono per mezzo dei mass media, dei giornali e delle tv». Le lettere dei nuovi e sconosciuti amici, consentono di legare esperienze presenti e memorie passate; di rievocare l’ampio consenso personale che ha suggellato per ben due volte la nomina a presidente della Regione siciliana. E gli forniscono l’occasione per proporre l’interpretazione autentica l’espressione “cuffarismo”: «Far della politica una missione di rapporto umano». Una missione fondata sull’affetto e sulla fiducia, spiega Cuffaro. Che, tuttavia, appare ispirata – più che altro – ad un rapporto di affidamento salvifico, tipico di un populismo sbilanciato e privo di autonomia, tra il politico/patronus e gli elettori/clientes. Come spiegare diversamente le file di persone che aspettavano pazientemente – come lo stesso Salvatore Cuffaro ama ricordare – davanti la porta della sua stanza, fino a 13 ore di fila, solo per poter raccontare orgogliosi alle proprie mogli di aver sorseggiato un caffè col proprio patronus/presidente. «Io stavo intere ore a ricevere le persone, l’ultima magari entrava nella mia stanza alle 3 di notte [ ]. Quello che mi appagava di più era sapere che c’era tanta gente che aspettava 10, 12, 13 ore per parlare qualche minuto con me. […] l’80% delle persone entrava e non mi chiedeva niente. Io chiedevo: perché hai aspettato fino alle 2 di notte per non chiedermi niente. La risposta di qualcuno di questi è stata: “Tu vuoi levarmi il piacere di poter dire a mia moglie e ai miei figli che ho preso il caffè col presidente della Regione?”». Per quanto attiene a questo singolarissimo rapporto con il proprio elettorato, il ragionamento si colloca su una linea di confine che poco si concilia con la pratica della libertà in un sistema democratico maturo. Personalmente mi riesce ancora difficile comprendere gli aspetti positivi di un atteggiamento di dipendenza questuante e riconoscente dell’elettore: nulla di più lontano dalla figura del cittadino responsabile, consapevole, autonomo e impegnato, che vive in una democrazia adulta. Il modello proposto dall’ex governatore siciliano appare ispirato alle prassi di una pseudodemocrazia che riproduce il rapporto squilibrato del patronus con i suoi clientes. Che, inoltre, si presta a numerosi fraintendimenti. Ha scritto Vittorio Emanuele Parsi, spiegando la natura del clientelismo: «Proprio laddove le strutture clientelari appaiono più forti e persistenti, esse tendono a coincidere con, o meglio ad essere assorbite da, quelle mafiose». Anche Raimondo Catanzaro ha parlato delle clientele come di rapporti diadici basati sulla subordinazione e sulla disuguaglianza di status socio-economico e di potere politico, che presentano numerosi punti di contatto con le relazioni intessute dalla mafia. Mafia e clientela, infatti, intrecciano continuità e trasformazione, adattandosi al cambiamento dell’ambiente e orientandolo. La loro forza trae alimento dalla rete che le sostiene e della quale il mondo economico, politico e sociale tessono una parte rilevante. Di nomi, l’ex governatore ne teneva scritti oltre ventimila, stipati nelle pagine di una mitica agendina, preziosa compagna all’inizio di ogni campagna elettorale o utile, anche solo, per onorare anniversari, compleanni e ricorrenze dei numerosi “amici”. Una pletora di conoscenze della cui specchiata rettitudine sarebbe stato in ogni caso impossibile accertarsi, di fronte alle quali forse anche Quinto Tullio Cicerone avrebbe trovato un certo stupore. E Salvatore Cuffaro spiega: «Se c’è una cosa che rifarei è quella di essere vicino alle persone che avevano bisogno di sentire che le istituzioni non fossero qualcosa che stesse dall’altra parte, ma qualcosa che stesse con loro. So che questa è stata una delle condizioni che più mi ha procurato problemi con la giustizia, ma non credo di aver sbagliato nello scegliere di essere il presidente della gente, di quelli che volevano incontrarmi. Nessuno ha avuto difficoltà ad incontrarmi e a baciarmi». Secondo Cuffaro, dunque, solo un eccesso di disponibilità lo avrebbe portato a imbattersi, quasi per caso, in una serie di pericolose amicizie. È in questo passaggio – forse quello che avrebbe potuto rivelarsi più pregnante e significativo per la narrazione della sua vicenda umana e politica – che l’ex presidente immerge la sua intervista nelle nebbie dell’indeterminatezza, ritagliando per sé una rappresentazione – quella di vittima – giocata con grande equilibrismo emotivo e concettuale. Perché è un’insolita vittima quella che appare, una vittima senza carnefice. Infatti, dei carnefici – che non possono “logicamente” mancare in presenza di una vittima – Cuffaro continua a non parlare; anzi ai magistrati e alle istituzioni ribadisce più volte il suo rispetto. Un rispetto espresso talvolta con fatica perché, spiega Cuffaro: «questo dovere nei confronti delle istituzioni vale di più se uno riesce ad averlo quando le istituzioni ti mettono alla prova. È facile rispettarle quando ti coccolano e ti adulano, come hanno fatto tanti anni con me». Eppure, quando si tratta di meglio articolare la sua posizione processuale, è come se sopravvenisse un cortocircuito logico e la dimensione legale passasse in secondo piano, di fronte al prevalere della dimensione intimista, privata ed esistenziale scelta per la narrazione. Così, nelle parole di Cuffaro abbondano i richiami a sentimenti come dolore, sofferenza, umiliazione, mortificazione, vergogna, amarezza. La dimensione del sentimento prevale anche negli aspetti positivi: affetto, amore, solidarietà, emozione, commozione. Qua e là le associazioni conducono fino ad evocare la corona di spine che cinge il capo di Gesù Cristo attraverso l’immagine metaforica del “filo spinato” che fa sanguinare il cuore del detenuto, umiliato dall’imposizione delle manette. Il fatto è che, anche quando emerge un residuo spazio per l’ammissione di imprecisati errori, questi vengono subito ridimensionati: sono stati commessi in buona fede – spiega Cuffaro – dunque sono un problema di coscienza e rappresentano gli effetti collaterali della pratica politica; a questo si riduce anche il contatto con la mafia. «Ho sbagliato, ho fatto tanti errori: sono andato a sbattere contro la mafia. È un problema serio che c’è ancora nella nostra terra. […] Però purtroppo quando sei costretto a lavorare, a correre, a tentare di fare più cose possibili, ti capita di andarci a sbattere senza volerlo». Sarebbe stato interessante approfondire l’argomento, magari provando a misurarsi sul valore di questo doppio registro pubblico/privato, in cui la confusione dei piani offusca la trasparenza dei principi dello stato di diritto e confonde i confini tra lecito e illecito, offrendo giustificazioni “private” a comportamenti sanzionati dalla legge. Su questo sarebbe stato opportuno sentire il parere di Cuffaro. Che, peraltro, ha liquidato in poche battute il rapporto tra mafia e politica: «La mafia è un peso gravissimo per la Sicilia. […] La mafia fa business, non fa volontariato. È chiaro che è costretta in qualche modo a ragionare con la politica perché la grande economia passa anche dalla politica» . Ma davvero si riduce a questo il rapporto tra mafia e politica? E il controllo dei voti? Il controllo del territorio per la raccolta del consenso? La politica non ha davvero nulla da doversi rimproverare quale soggetto attivo in questo perverso rapporto di scambio? È solo una vittima occasionale o detiene un ruolo agito di primo piano? Cuffaro dimentica che il lavoro dei magistrati contro la mafia è quello stesso che lo ha condotto in carcere per aver favorito la mafia. Cuffaro dimentica che quello fra mafia e politica non è un rapporto occasionale tra soggetti separati ma un connubio consolidato in un sistema di potere dove le connivenze sono tali e talmente ramificate – e certamente non solo in Sicilia – da rendere difficile separare attori sociali e ruoli agiti. Cuffaro dimentica i tanti processi che hanno visto alla sbarra politici, imprenditori e uomini d’affari; capi mafia influenti che al contempo sono anche importanti uomini politici e medici come lui. «Forse mi proporrei come esempio di abnegazione, sacrificio e umanità», spiega Cuffaro al suo interlocutore, indicandosi a modello degli “amici parlamentari”. La voglia di riscatto s’intreccia con la speranza e con la progettazione del futuro. Un futuro sostenuto dalla fede, ma nel quale si profilano precisi scenari politici che vedono l’alleanza tra Casini e Alfano accomunati dagli stessi “valori e ideali”: la difesa della famiglia e della vita, la lotta contro l’aborto. C’è spazio anche per una proposta politica a favore dell’abolizione dell’ergastolo nel rispetto della funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Quel che non compare nella visione politica di Salvatore Cuffaro è l’abolizione dei privilegi dei ricchi, del clientelismo, del malcostume e della corruzione; l’emancipazione degli esclusi e la lotta contro l’impunitàdei reati dei potenti che hanno condotto l’Italia non solo dentro una difficile crisi economica ma verso l’oblio dei valori autentici della democrazia.

